Packaging e riciclo sono ormai al centro della transizione dell’industria europea degli imballaggi. Ne ha parlato anche Packaging & Recycling 2026, il convegno organizzato da Plast Magazine il 1° ottobre al Museo Storico Alfa Romeo di Arese, che ha riunito produttori, riciclatori, brand owner e istituzioni per discutere PPWR, materie prime seconde e innovazione della filiera. Ma il 2026 evidenzia anche criticità concrete: magazzini pieni, domanda debole di plastica riciclata, import extra-UE a basso costo e costi industriali elevati rischiano di rallentare la corsa verso un modello davvero circolare. L’incontro ha confermato una realtà inequivocabile: la riciclabilità non è più una scelta di comunicazione, ma una condizione di accesso al mercato europeo.
Il paradosso del 2026
L’Italia raccoglie più plastica, ma fatica a trasformarla in valore. Nel primo semestre 2026 la raccolta differenziata è cresciuta del 5%, mentre la capacità di selezione si è ridotta di 11.500 tonnellate; i magazzini dei centri di conferimento si stanno riempiendo e la continuità del servizio è a rischio in alcune aree del Paese.
La causa non è soltanto logistica. Il mercato delle plastiche riciclate è indebolito dalla concorrenza di materiali vergini e riciclati importati da Paesi extra-UE a costi più bassi, spesso senza piena equivalenza con i criteri europei di qualità, tracciabilità e conformità. A ciò si aggiungono costi energetici elevati e la chiusura o la riduzione di impianti di riciclo in Europa, che comprime la capacità industriale disponibile
PPWR: regole più stringenti
Dal 12 agosto 2026 il Regolamento europeo su imballaggi e rifiuti di imballaggio (PPWR) ha iniziato ad applicarsi, introducendo obblighi su riciclabilità, contenuto minimo di plastica riciclata, riduzione dell’imballaggio, riuso, etichettatura e documentazione di conformità.environment.
Per il food packaging, la novità più immediata riguarda i PFAS: gli imballaggi a contatto con alimenti che superano i limiti previsti non possono più essere immessi sul mercato UE. Le imprese devono quindi ripensare formulazioni, rivestimenti, barriere e supply chain, documentando la conformità con analisi e dichiarazioni verificabili.
Packaging e riciclo: le criticità reali della filiera
- Squilibrio tra raccolta e riciclo: più materiale raccolto non equivale automaticamente a più materiale riciclato, se selezione, stoccaggio e sbocchi industriali non reggono.corriere+1
- Crisi della domanda di PCR: la plastica riciclata post-consumo fatica a competere con polimeri vergini, soprattutto quando il prezzo del petrolio rende la materia prima fossile più conveniente
- Import extra-UE: i flussi a basso costo mettono pressione sui riciclatori europei e rischiano di aggirare standard ambientali e di qualità più rigorosi.
- Costi operativi: energia, selezione, decontaminazione e conformità analitica aumentano i costi di lavorazione dei materiali recuperati.
- Design for recycling incompiuto: il PPWR richiede imballaggi riciclabili dal 2030 e “riciclati su scala” dal 2035, con una soglia minima del 55% per materiale e categoria; senza progettazione condivisa, molti formati rischiano l’esclusione futura.
- Export di scarti difficili: crescono le esportazioni verso Paesi non OCSE di materiali residuali e potenzialmente meno riciclabili, un segnale da monitorare per evitare spostamenti del problema anziché soluzioni circolari.
Cosa serve alle imprese

Per trasformare l’obbligo in vantaggio competitivo, le aziende devono agire su tre leve: eco-design verificabile, acquisto di PCR tracciato e conforme, e partnership stabili con riciclatori europei. L’evento di Arese ha evidenziato proprio la necessità di un sistema integrato, in cui brand owner, trasformatori e riciclatori condividono specifiche tecniche, dati di riciclabilità e investimenti nelle filiere.
Il 2026 non segna la fine del riciclo, ma la fine di un modello generico: conta ormai il packaging che viene davvero raccolto, selezionato, riciclato e reimmesso in prodotti con requisiti certificati.
Jacopo Setti è esperto in Business Development nell’ambito retail. Laureato in economia, con oltre dieci anni di esperienza in vari settori di vendita al dettaglio come Food & Beverage, Beauty e beni di largo consumo, Jacopo Setti ha maturato le sue competenze nel ruolo di commerciale estero e business developer in Italia e altri paesi europei ma anche a livello globale negli Stati Uniti e in Cina. Oggi Jacopo Setti è responsabile dell’area business development e commerciale presso l’azienda di famiglia Bombonette S.p.A.
